I MONOLOGHI di Andrea Secci

I MONOLOGHI di Andrea Secci

by Andrea Secci
Season 2000
IL TUO NO E' UN SI ALLA LIBERTA'
Dire no è una delle prime cose che impari… ma anche una delle prime che ti fanno dimenticare. Da bambino lo dici senza pensarci. “No, non voglio.” “No, non mi piace.” È istinto puro. È verità. Non devi spiegare niente a nessuno. Poi cresci… e piano piano quel “no” lo abbassi di volume. Per educazione. Per non deludere. Per essere accettato. E inizi a dire sì. Sì a cose che non vuoi fare. Sì a persone che non ti rispettano. Sì a situazioni che ti tolgono energia. E lì succede una cosa pericolosa: più dici sì agli altri, più stai dicendo no a te stesso. Perché il “no” non è una chiusura… è una protezione. È dire: “Questo non mi rappresenta.” “Questo mi fa stare male.” “Questo non è il mio posto.” E sai qual è la verità? Che chi vale davvero… il tuo no lo capisce. Chi non lo accetta, probabilmente stava solo approfittando del tuo sì. Da adulti ci raccontiamo che dire no è difficile. Ma non è difficile dire no. È difficile accettare le conseguenze. Perdere qualcuno. Deludere. Restare soli per un po’. Ma sai cosa perdi davvero se non lo dici mai? Te stesso. Dire no è crescita. È identità. È rispetto. E non serve urlarlo. Basta dirlo una volta… bene. Perché ogni no detto al momento giusto è un sì gigantesco alla tua vita. E fidati… la gente che ha imparato a dire no è la stessa che, quando dice sì… lo dice davvero.
La Morte
perdere un amico, un collega, oggi è successo di getto ho scritto questo. ciao Andre
UN BAMBINO
il mio sfogo in generale sulla situazione a GAZA
ASPETTARE
Aspettare. Una parola che sembra vuota… ma dentro ci sta tutto: speranza, paura, noia, perfino felicità. Aspettare… vuol dire fidarsi del tempo. Restare fermi quando vorresti correre… tacere quando avresti mille cose da dire. Ed è lì che capisci cosa conta davvero: quel messaggio che non arriva, l’abbraccio che sogni, una porta che finalmente si apre. Certo… aspettare può bruciare. Ma è nell’attesa che cresci… tra un “non ancora” e un “chissà se”. Forse la vita… non è altro che questo: un’attesa continua… interrotta da pochi istanti in cui finalmente succede qualcosa.
Settembre
“Settembre, andiamo. È tempo di migrare.” — così scriveva D’Annunzio. Ma è con le note di Alberto Fortis che settembre, per molti di noi, diventa qualcosa di più di un mese: diventa una sensazione. Settembre è il ponte sospeso tra quello che siamo stati d’estate e quello che torneremo a essere d’inverno. È la terra di mezzo, quella in cui non sei più abbronzato, ma non sei nemmeno ancora coperto da sciarpe e cappotti. C’è sempre una malinconia sottile, in settembre. Non è tristezza, non è nostalgia, è come se fosse un richiamo. Il richiamo della normalità, delle agende che si riempiono, dei treni presi di corsa, delle scuole che riaprono, dei lavori che ripartono a pieno ritmo. Settembre è il mese dei nuovi inizi. Molti pensano che l’anno nuovo inizi a gennaio, ma la verità è che ricomincia a settembre. È lì che decidiamo se cambiare, se studiare, se lasciare, se ripartire. È lì che mettiamo via l’estate con la promessa che tornerà, ma intanto proviamo a reinventarci. Eppure, in questa rinascita, resta sempre quella frase che Alberto Fortis cantava: “Settembre, è il mese del ripensamento…” Sì, perché settembre è proprio questo: uno specchio che ci costringe a guardarci dentro. Ci fa ripensare a chi siamo, a cosa vogliamo, a chi ci manca, a chi non vogliamo più. Forse settembre non è il mese più bello, ma è il mese più vero. Perché ci toglie le maschere leggere dell’estate e ci rimette addosso i vestiti pesanti della vita. Ed è lì che capisci che la malinconia di settembre non va combattuta: va vissuta. Perché dentro quella malinconia c’è la spinta più forte che abbiamo per cambiare davvero.
LA FIDUCIA
La fiducia… È quella cosa invisibile che tiene insieme tutto. Non la vedi, non la tocchi, ma se c’è la senti forte, quasi più dell’amore. Perché amare è facile, fidarsi no. Amare puoi farlo anche di pancia, d’istinto. Ma fidarti… fidarti significa spogliarti, consegnare le chiavi di te stesso a qualcun altro e sperare che non ti distrugga la casa. La fiducia è fragile, è come il vetro: ci vuole tempo per soffiarla, modellarla, darle forma… e un attimo per romperla. E quando si rompe, non torna mai com’era prima. Puoi aggiustarla, sì, ma resteranno sempre le crepe, i segni, i ricordi di quel rumore sordo: crack. Eppure, nonostante tutto, non possiamo farne a meno. Perché vivere senza fidarsi è sopravvivere, non vivere. È come guidare con il freno a mano tirato. È come amare a metà. La fiducia è il coraggio di dire: “Ti lascio entrare, anche se potresti ferirmi”. E se trovi qualcuno che quella fiducia la custodisce, allora hai trovato davvero un tesoro.
GUERRA O PACE
La guerra… è un rumore che ti entra dentro, è un silenzio che urla più forte di qualsiasi bomba. È il pianto di un bambino che non sa perché il cielo gli crolla addosso. È la rabbia di un uomo che perde la sua casa, la sua famiglia, la sua vita. La pace, invece, è un suono leggero. È il battito del cuore che non ha paura, è una carezza che non conosce confini. La pace è sedersi a tavola, guardarsi negli occhi e sapere che domani saremo ancora qui. È il coraggio di scegliere il dialogo quando sarebbe più facile alzare un’arma. Guerra e pace… due parole che stanno agli estremi dello stesso filo. E la verità è che quel filo è nelle nostre mani, ogni giorno. Possiamo spezzarlo con l’odio, o intrecciarlo con l’amore. Perché la pace non è un sogno: la pace è una scelta. La più difficile. La più necessaria.
L’ESTATE
L’estate… quella stagione che non guardi mai sull’orologio, perché il tempo sembra farsi liquido, lento, dorato. È il profumo della salsedine che ti entra nei vestiti, il rumore delle cicale che diventa colonna sonora delle tue giornate. È il sole che ti bacia la pelle e le sere che sembrano non finire mai, tra chiacchiere leggere e risate più forti del vento. L’estate è un po’ nostalgia in anticipo: mentre la vivi, già sai che ti mancherà. È un abbraccio caldo, una canzone che parte dalla radio e diventa subito ricordo. È libertà, spensieratezza… e quell’idea che, anche se per pochi mesi, la vita possa davvero essere tutta qui: un tuffo, un tramonto e la voglia di non smettere mai di sentirsi vivi.
Anni 2000: musica, moda e non solo
Sai, gli anni 2000 non sono solo un decennio… sono una sensazione. Erano gli anni dei primi telefoni a conchiglia, con le suonerie polifoniche che costavano un patrimonio, e di MSN Messenger, dove bastava un “nudge” per dire “Ehi, ci sei?”. Erano i tempi in cui per connetterti a internet sentivi quel suono gracchiante del modem… e dovevi dire a casa: “Non alzare il telefono!”. La moda? Be’, impossibile dimenticare: jeans a vita bassissima, cinture con fibbie giganti, felpe oversize e magliette aderenti con scritte glitterate. E poi i capelli… punte gelatissime per lui, meches biondo platino per lei. Era l’epoca delle borse a spalla piccolissime e dei braccialetti colorati in plastica. E la musica? Dai, come si fa a non ricordare? MTV ancora trasmetteva video musicali, le classifiche erano un mix di pop, R&B e dance. Britney Spears, Eminem, Beyoncé agli inizi, i Black Eyed Peas… e in Italia i tormentoni di Tiziano Ferro, gli 883 alla loro ultima corsa, e i primi grandi successi di Jovanotti “versione 2.0”. I CD masterizzati giravano come moneta di scambio tra amici. Ma soprattutto… c’era un senso di novità continua: i social non ti dicevano cosa dovevi ascoltare o indossare, lo scoprivi da un amico, in radio o per caso su una rivista. E ogni scoperta diventava “la tua cosa”. Gli anni 2000… un mix di moda discutibile, musica che ancora oggi sappiamo a memoria, e quella sensazione che il futuro fosse lì, a portata di mano… dentro un Nokia 3310.