Guccini: la maculopatia gli impediva di leggere, non di creare
È morto il 6 agosto all’età di 86 anni il grande artista, che ha attraversato mezzo secolo di musica e di cultura nel nostro paese. Anche dietro gli occhiali metallici, per un disturbo senile che sarebbe poi sfociato nella grave malattia, ha saputo argomentare di cose serie, ma sempre con quel filo d’ironia che lo rendeva comprensibile a tutti È mancato da quasi un mese, eppure giornali, riviste, radio e tv continuano a ricordarlo. Perché Francesco Guccini (nella foto, di Bruno) non è stato solo un grande cantautore. È stato un filosofo, un poeta, uno scrittore, anche un attore e perfino un fumettista, ma soprattutto un combattente con un notevole impegno politico, e una rara capacità di guardare il mondo intorno, vederne il buono e il cattivo, il giusto e l’ingiusto. Il tutto senza mai mettersi sul pulpito, senza prevaricare, con la saggezza di chi sa studiare e commentare le situazioni. Le sue canzoni hanno raccontato veramente un’epoca, con i drammi, le contraddizioni, ma anche i momenti felici, i sentimenti. Sul palco sapeva immedesimarsi nel pubblico. Con quello sguardo buono e partecipativo anche dietro gli occhiali metallici, per un disturbo senile che sarebbe poi diventato maculopatia, la quale negli ultimi anni gli aveva impedito l’amata lettura. Sapeva argomentare di cose serie, ma sempre con quel filo d’ironia che lo rendeva comprensibile a tutti. Una dimostrazione è stato lo spettacolo, rimasto in scena una ventina di giorni al Teatro Menotti di Milano nel 2016, con il “pienone” ogni sera. Intitolato Talkin’Guccini, di amore, di morte e altre sciocchezze si svolgeva nell’agosto del 1980 in un’osteria di Bologna, dove vari tipi cantavano, discutevano, dialogavano. Una situazione divertente e scanzonata che, alla fine, La locomotiva, il suo pezzo forse più famoso, intonato oltre che dagli attori da un gruppo di figuranti, tutti fanatici gucciniani, si rivelava preludio della strage alla stazione bolognese. Il cantautore, anche se atteso tutte le sere, non si presentò mai, ma le parole della canzone, al suono della chitarra del suo chitarrista preferito e ispiratore del progetto, ogni sera suscitavano quella commozione ragionata che ancora oggi, dopo più di quarant’anni, procurano. Luisa Espanet