Graziella Mansi: una nuova ipotesi sull'omicidio della bambina
L'omicidio della piccola Graziella Mansi, la paura di Pasquale Tortora e una nuova inquietante ipotesi in grado di spiegare alcuni aspetti oscuri dell'orrendo delitto. Graziella fu rapita intorno alle 19 del 19 agosto 2000 mentre riempiva un secchio d’acqua alla fontanella pubblica di Castel del Monte. Secondo gli investigatori ad avvicinarla fu Pasquale Tortora di Andria che con una scusa la invitò a seguirlo nella pineta del Castello. La bambina fu trovata nella notte in un bosco a pochi chilometri, semicarbonizzata. Il ragazzo dopo un lunghissimo interrogatorio durato tutta la notte nella caserma dei carabinieri di Andria, confessò. Sono stato io, l’ho bruciata tenendola ferma con un piede. Caso risolto secondo PM e carabinieri. Pasquale fu chiuso nel carcere di Trani, in isolamento. Non doveva entrare in contatto con nessuno. Gli inquirenti temevano potesse essere vittima di una ritorsione da parte dei detenuti nel cui codice d’onore l’omicidio di un bambino o una bambina è uno dei delitti più infami e va vendicato. E forse sarebbe rimasto per sempre l’unico responsabile se il giudice per le indagini preliminari che qualche giorno dopo doveva convalidare l’arresto, non gli avesse chiesto “con quale piede la tenevi ferma mentre la bruciavi?”. Tortora lo mostrò ma non c’erano segni di bruciature. Nemmeno sull’altro. E nemmeno su scarpe e calzini che il ragazzo indossava il giorno del delitto. C’erano dei complici quindi. Pasquale non era solo. Fu risbattuto in cella. Sempre in isolamento. Anzi no. “Ma dimmi una cosa, ma con te c’era qualcun altro?” gli chiese il criminale Pietro Bassi anch’egli detenuto nell’agosto 2000. L’uomo quindi, in barba a qualsiasi regola carceraria e disposizione del giudice, incontrò Tortora, spingendolo a fare i nomi dei complici. Come era potuto accadere? Chi aveva permesso quell’incontro? Forse non lo sapremo mai. Chi era dunque il “qualcun altro” che Pietro Bassi cercava nell’incontro con Tortora, invitandolo, spingendolo, pressandolo? Dopo l’intervento di Bassi, Tortora si convinse a parlare e davanti al giudice fece i nomi degli altri quattro presunti complici. Tutti di Andria. Tutti poco più che maggiorenni. Tutti praticamente incensurati, a parte uno accusato in passato di un furto di olive. Tutti provenienti da famiglie oneste e per bene. Insomma ragazzi come tanti in città, alcuni con un lavoro più o meno stabile che non avevano mai commesso reati nemmeno lontanamente simili a tutti quelli che gli saranno imputati. Sequestro, violenza, omicidio, occultamento di cadavere. L’ennesima domanda allora: perché Pasquale Tortora, nel primo interrogatorio nella caserma dei carabinieri, non li ha tirati subito in ballo, perché autoaccusarsi di un delitto così orrendo (che lo avrebbe condotto da solo dritto all’ergastolo) pur sapendo che con lui c’erano altre persone? Aveva paura di loro e non voleva coinvolgerli? E perché poi improvvisamente finisce la paura di Tortora nei confronti dei quattro e decide dopo pochi giorni di accusarli tutti? Anzi, quando il pubblico ministero metterà i cinque nella stessa stanza disponendo delle intercettazioni ambientali, non solo finirà la paura ma Pasquale si farà beffa di loro. “Pasquà lasciaci fuori da questa storia. Devi dire la verità. Ti daranno 30 anni per quello che hai fatto!” gli dirà uno dei quattro. “Ora siamo in cinque -risponderà Pasquale- e ci daranno 5 anni a testa” Sì, la matematica non era il suo forte. È per proteggere questi quattro che rischiava di farsi da solo l’ergastolo? Tortora cambierà 18 versioni durante le indagini. Diciotto. Secondo una perizia psichiatrica il ragazzo era consapevole di come fossero andate davvero le cose ma costruiva ogni volta l'ennesimo racconto di fantasia per nascondere la verità. Perché? Di chi aveva davvero paura Pasquale Tortora?